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Fonzie non è morto. Ma tutti hanno versato fiumi di lacrime su Facebook


Un’altra bufala si aggiunge alle migliaia che vengono pubblicate sui social.

Ad un certo punto ieri sera si è sparsa la voce (virtuale) che Henry Winkler, l’attore che ha impersonato per anni Fonzie in Happy Days, fosse morto. Fonzie, che ha 73 anni, sta invece benissimo. Come lui stesso ha dichiarato questa mattina.

La notizia-bufala, che aveva dato per primo il sito conservativetears.com (già il nome avrebbe dovuto far dubitare) è ora stato cancellato, preso d’assalto nella notte da milioni di fan di Fonzie nel mondo. In Italia nessun sito dei quotidiani o network televisivi ha riportato la notizia. Così come le reti americane Cbc, Nbc e Cnn. E in generale i siti dei giornali più importanti.

Stamane Bufale.net chiarisce tutto.  Resta il fatto che ancora una volta una fake news si è infilata nel circuito dei social, soprattutto Facebook, e nel giro di un’ora ha raccolto fiumi di lacrime. Sarà pure che uno vale uno, ma su uno dei due vale zero, anche l’altro è un pirla.

In fondo, sarebbe stato molto semplice verificare la veridicità su Repubblica, La Stampa o il Corriere della Sera, che non hanno ovviamente ripreso la falsa notizia. La maggior parte dei frequentatori notturni del social non lo ha però fatto. Con la convinzione sbagliatissima che Fb sia una fonte d’informazione. E’ invece un gigantesco campeggio d’improvvisati informatori.

Tuttavia, non c’è da stupirsi di questa scarsa fiducia nel lavoro dei giornalisti. Lo ha detto lo stesso sottosegretario Vito Crimi: “Dobbiamo superare il concetto di giornalista”.

Certo Vito, quando dovrai mollare la cadrega ne riparliamo.

Re: giorgio levi

mytravel 

 

Le Fiat non si rompono mai, Calabresi lascia Repubblica. Cambiano i padroni, l’ipocrisia resta intatta


Alcuni anni fa, quando in via Marenco a La Stampa si faceva il cosiddetto giro serale delle pagine, cioè quello per ottenere dai capi il visto per la stampa, un vicedirettore legge un mio pezzo sui riflessi che la crisi economica aveva sulla vita di tutti i giorni della gente e nota che ho scritto qualcosa che non gli piace. Avevo sentito un’operaia che diceva che non aveva nemmeno più i quattrini per far riparare la sua vecchia Fiat Panda. Il vicedirettore prende una matita rossa e tira una riga su Fiat Panda. E mi dice: “Scrivi automobile, le Fiat non si rompono mai”.

Perché racconto questo? Perché c’è uno stile intatto nei decenni, un modo quasi infantile, un voltarsi dall’altra parte dei giornalisti quando una notizia imbarazzante coincide con gli interessi del padrone. E’ accaduto anche ieri con il licenziamento di Calabresi dalla direzione di Repubblica. Era chiaro a tutti, fin dal primo lancio dell’Ansa, che il direttore era stato silurato dal suo padrone. L’aveva twittato lo stesso Calabresi, che avrà molti difetti di gestione, ma non è certo un fesso di giornalista. E se il direttore in persona scrive che le sue dimissioni le hanno decise gli editori proprio ubriaco non doveva essere.

A complicare la notizia ci si sono messi anche i fratelli De Benedetti, che per ragioni ancora ignote, hanno messo alla porta in quattro e quattr’ otto il loro direttore. La nota ufficiale stringatissima, e gelida come un blocco di ghiaccio, è stata diffusa soltanto stamattina alle 11,06.

Il riflesso di quell’ipocrisia intatta nei secoli è oggi sui due principali quotidiani del gruppo Gedi. La Repubblica ignora del tutto la notizia, mentre il Cdr a pagine 27 ringrazia il proprio direttore per il lavoro svolto. Se un lettore non sapesse niente e leggesse soltanto il comunicato sindacale,  potrebbe pensare che Calabresi si è dato alla fuga in qualche isola del Pacifico. Invece, è soltanto da qualche parte a sbollire il nervoso.

Il secondo quotidiano del gruppo, ovvero La Stampa, non ignora la notizia, ma la pubblica sbagliata, o meglio girata secondo le esigenze della Casa Madre e titola: “Calabresi lascia Repubblica”. E invece di riportare una fonte ufficiale del gruppo, fa riferimento al lancio dell’Ansa. Insomma è l’Ansa che ha detto che Calabresi è andato via di sua spontanea volontà. Noi che ci possiamo fare?

E’ il Grande Circo dell’Ipocrisia, ieri le Fiat non si guastavano mai, oggi Calabresi si è dimesso volontariamente, domani. Qualcuno potrebbe chiedermi se lo scopro solo adesso. No, ma ogni volta che capita mi girano i coglioni.

 

Questa la nota ufficiale di Gedi.

COMUNICATO STAMPA


GEDI GRUPPO EDITORIALE S.P.A.

Direzione di Repubblica

 

Roma, 6 febbraio 2019 – Si é riunito in data odierna il Consiglio di Amministrazione di GEDI Gruppo Editoriale che ha nominato Carlo Verdelli direttore della testata la Repubblica, in sostituzione di Mario Calabresi, che ha diretto il giornale nel corso degli ultimi tre anni.

Il Consiglio di Amministrazione ha espresso il proprio ringraziamento al direttore Calabresi per l’impegno profuso nel corso del suo mandato, in un contesto di mercato senz’ altro difficile e sfidante.

Carlo Verdelli assume la direzione forte di una solida esperienza in ruoli di vertice in testate e realtà editoriali di rilievo, in cui si è distinto per capacità di direzione e talento innovativo. Il Consiglio di Amministrazione ha formulato a Carlo Verdelli i migliori auguri di buon lavoro e di successo.

 

Fonte: Giorgio Levi

Vittorio Feltri a Mario Calabresi: “Coraggio collega, più che la direzione ti mancherà lo stipendio”


Vittorio Feltri non perde occasione. Qualche volta da maleducato, altre con toni sarcastici e anche divertenti. Come in questo pezzo riportato da Dagospia sul caso del licenziamento di Calabresi da Repubblica.

Può capitare a tutti di essere licenziati, ai direttori di media capita più spesso. Io che vengo considerato il più pirla della categoria, però, non sono mai stato cacciato. Sovente me ne sono andato di mia sponte perché i giornali sono come le donne: dopo un po’ rompono le scatole a chi li fa. L’ultimo siluramento è toccato a Mario Calabresi, orfano del commissario che gestì l’affare Pinelli (non molti lo ricordano poiché dal fattaccio è passato tanto tempo). Mario molla la Repubblica a tre anni dall’insediamento al vertice dell’ organo debenedettiano.

È durato poco al timone, troppo poco per non sospettare che egli non abbia soddisfatto gli editori. Basti pensare che il fondatore del primo quotidiano maneggevole d’Italia, Eugenio Scalfari, rimase venti anni alla guida del medesimo, e che il suo successore, Ezio Mauro, eccellente giornalista, maturò a sua volta la stessa anzianità di servizio. Ci sarà un motivo per il quale, invece, Calabresi ha avuto vita breve.

L’ipotesi più probabile è che costui abbia gestito malaccio il rinnovamento grafico del foglio, trasformando lo stesso in una specie di lapide mortuaria, triste, anemico e slavato e quindi inadatto a suscitare un minimo di interesse nei lettori, in costante diminuzione in ogni azienda editoriale a causa della prevalenza, del dominio, della comunicazione web.

Non sarebbe onesto attribuire soltanto a Calabresi il calo di vendite della Repubblica.

Però al disastro specifico egli ha dato il proprio contributo. Cosicché i padroni del baraccone hanno avuto buon gioco nel decidere di farlo secco, sperando che il prossimo direttore, Carlo Verdelli, assai abile, compia il miracolo di risollevare le sorti aziendali. Aggiungo tuttavia che i prodigi nella carta stampata ormai non sono a portata di mano.

Confesso di non nutrire simpatia per il povero Mario che mi ha riempito di insulti per averlo scherzosamente definito orfano. Ma nella mesta circostanza del suo funerale recito una prece affinché trovi presto un altro lavoro che egli sappia fare meglio di quello lasciato forzosamente adesso. Coraggio, collega, più che la direzione ti mancherà lo stipendio.

Credits

Dagospia

La cacciata di Calabresi, segno di un cambio di gestione dei Debenedetti. Sospesa l’ipotesi di una cessione del Gruppo Gedi a compratori esteri


I fratelli De Benedetti (Marco e Rodolfo) hanno messo alla porta il direttore di Repubblica con una modalità inusuale nel pur selvaggio mondo dell’editoria. Proverò a spiegarmi.

1. Premessa. I direttori di giornale hanno, per l’articolo 6 del contratto di lavoro, poteri assoluti all’interno di una redazione, modesta o gigante che sia. Con una sola falla: possono essere mandati a casa da un giorno all’altro, senza preavvisi e tutele sindacali. Calabresi riceve la notizia del suo licenziamento senza tanti balletti. Come si fa di solito. Prima in genere si chiama il direttore, gli si dice che è stato un grande ma che adesso è ora di cambiare. Se il padrone ha un consiglio di amministrazione lo convoca e indica la sua decisione. E allo stesso tempo propone la nomina del suo successore. Se non ha cda fa tutto per i cazzi suoi e il direttore se ne va.

2. Calabresi viene informato della decisione di licenziarlo. Che cosa si sono detti non lo sappiamo, le ragioni sono varie, ma non è questo che m’interessa. L’ormai ex direttore di Repubblica esce dall’ufficio di Marco De Benedetti e twitta all’istante: “Dopo tre anni finisce la mia direzione a Repubblica, lo hanno deciso gli editori”. Succede un po’ un casino, perché la notizia è sfugge di mano all’editore. Gedi cerca di far finta di niente (tant’è che la nota ufficiale arriva soltanto il giorno dopo), ma nel porco mondo dei social le notizie vanno come fulmini nella tempesta. E anche un blog delle balle (ma informato), pieno di refusi come questo, totalizza 3.651 lettori per quella sola e specifica notizia.

3. Calabresi parla di editori, quindi è evidente che la decisione è stata presa da Marco De Benedetti (presidente di Gedi) e dal fratello Rodolfo (presidente di Cir che controlla Gedi). Com’è ovvio che accada in questi casi cheek to cheek con l’ad Laura Cioli e con l’immancabile Monica Modardini, ad di Cir. Ma sono i tempi in cui è stata presa la decisione che sono interessanti. Direi, nè troppo lunghi, nè troppo brevi, come subito era sembrato. I Debenedetti hanno avuto il tempo di fare un giro di consultazioni con possibili direttori e poi hanno puntato tutto su Carlo Verdelli. E infine hanno fatto partire il siluro a Calabresi.

4. In tutto questo si sono dimostrati bravissimi, non è filtrata una goccia di notizia, zitti e compatti. Compreso Verdelli, che dovrebbe averlo saputo molto prima del giorno del calcio a Calabresi. E da quel che si sa non lo aveva intuito nemmeno lo stesso direttore. Anche se qualche idea, come tutto il mondo dei giornali sa, se l’era già fatta da almeno un anno.

5. Il cda di Gedi viene convocato (formalmente) il giorno dopo. Alle 11 del mattino esce una nota ufficiale del Gruppo che fa impallidire i comunicati stampa della vecchia Democrazia Cristiana. Un comunicato di 10 righe dove a ben guardare il benservito a Calabresi non è neppure mascherato.

6. John Elkann è il secondo azionista di Gedi. Ha avuto un ruolo in questo licenziamento? E’ stato consultato da Marco De Benedetti? O è stato del tutto ignorato? C’è sempre stata grande armonia, direi quasi amicizia, tra il presidente di Fca è Mario Calabresi. Già dai tempi in cui era direttore de La Stampa. E’ molto difficile che John Elkann non abbia tentato di far tornare sulle loro posizioni i De Benedetti. Sempre che qualcuno gli abbia anticipato la decisione, cosa sulla quale ci sono molti dubbi.

7. C’è infine da rilevare che le varie supposizioni di cessione del Gruppo a qualche editore-compratore estero, come si ipotizza da almeno due anni, con questa presa di posizione forte rientrano tutte. Con un ma. Potrebbe essere che il compito di Verdelli, definito l’Innovatore, sia proprio quello di risanare la corazzata Repubblica e poi tornare a mettere un carrozzone Gedi più appetibile sul mercato.

Fonte: Giorgio Levi

Ecco i media con le maggiori interazioni sui social. Repubblica, Fatto e Messaggero perdono quote ma resistono. Freeda asfalta tutti: +43%


Vista così questa strana classifica pubblicata da PrimaOnLine fa  una certa impressione. Si tratta della hit dei media italiani che sono più attivi sui social e dei post con più interazioni nel mese di novembre 2018.

L’Italian Social Media Ranking, realizzata dalla società internazionale Storyclash, include anche le interazioni da Instagram e Youtube. Inoltre nei Top post adesso è possibile vedere la classifica anche per video e live streaming, immagini e messaggi.

E’ dunque il più avanzato indice per capire quanto gli utenti dei social (il 90% della rete) interagiscono con i media che postano foto, video e notizie. Dei vecchi media resistono in quattro e tutti perdono ampie quote: RepubblicaIl Corriere della SeraIl Fatto QuotidianoIl Giornale e Il Messaggero. Poi non c’è altro. La Stampa non è nemmeno tra i primi 15.

Per contro Frida fa +43% e Maria De Filippi +323%. Onestamente non sapevo chi fosseFreeda, ma forse sono fuori target. Ma non sono stupito di Maria De Filippi.

Ma perché questa classifica dovrebbe essere devastare le menti chi fa informazione?  Perché i vecchi editori sono vent’anni che si spaccano al testa e navigano al buio come dei beoti e ogni volta si fanno la domanda: come usciremo da questa crisi?  La realtà è che ancora non hanno capito che la crisi esiste solo per loro. Freeda, che è appena arrivata, se ne batte le balle perché ha 8,5 milioni di interazioni, la metà di quelle di Repubblica, che sta in rete da vent’anni, e tra un mese l’avrà doppiata.

Perché ogni interazione sono quattrini che entrano in cassa, sotto le più svariate forme, a cominciare dalla pubblicità. Perché questa classifica è l’oggi, forse nemmeno il domani. Invece di ragionare su fakenews e cazzatine sarebbe opportuno entrare con la testa nel mercato, anticipare, pensare al 2030.

Tutti ragionamenti inutili. I nostri editori hanno menti annebbiate e macchine troppo lente. Tra 10 anni, quando una nuova Freeda avrà raso al suolo l’intero panorama editoriale, qualcuno proporrà un convegno per studiare il mercato. Sì, quello sotto casa però, con polli e galline.