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Addio Calabresi. Ma volemose bene


L’editore saluta qui Mario Calabresi, che firma per l’ultima volta Repubblica.

Mario Calabresi saluta qui i lettori de La Repubblica. Ma non c’è una sola frase che dica una cosa tipo ringrazio l’editore per la libertà che mi ha lasciato. Quasi sempre è una menzogna, ma in genere si scrive.

Tuttavia alla fine è un gran volemose bene. Visto così sembra un cambio normale di direzione. Un po’ anomalo, diciamo. Scalfari ci rimase 20 anni ed Ezio Mauro altri venti. Calabresi 3 anni. E il suo licenziamento è stato improvviso, inusuale e anche un po’ padronale.

Il riconoscimento delle armi non significa il riconoscimento della verità, che non sapremo mai.

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Le Fiat non si rompono mai, Calabresi lascia Repubblica. Cambiano i padroni, l’ipocrisia resta intatta


Alcuni anni fa, quando in via Marenco a La Stampa si faceva il cosiddetto giro serale delle pagine, cioè quello per ottenere dai capi il visto per la stampa, un vicedirettore legge un mio pezzo sui riflessi che la crisi economica aveva sulla vita di tutti i giorni della gente e nota che ho scritto qualcosa che non gli piace. Avevo sentito un’operaia che diceva che non aveva nemmeno più i quattrini per far riparare la sua vecchia Fiat Panda. Il vicedirettore prende una matita rossa e tira una riga su Fiat Panda. E mi dice: “Scrivi automobile, le Fiat non si rompono mai”.

Perché racconto questo? Perché c’è uno stile intatto nei decenni, un modo quasi infantile, un voltarsi dall’altra parte dei giornalisti quando una notizia imbarazzante coincide con gli interessi del padrone. E’ accaduto anche ieri con il licenziamento di Calabresi dalla direzione di Repubblica. Era chiaro a tutti, fin dal primo lancio dell’Ansa, che il direttore era stato silurato dal suo padrone. L’aveva twittato lo stesso Calabresi, che avrà molti difetti di gestione, ma non è certo un fesso di giornalista. E se il direttore in persona scrive che le sue dimissioni le hanno decise gli editori proprio ubriaco non doveva essere.

A complicare la notizia ci si sono messi anche i fratelli De Benedetti, che per ragioni ancora ignote, hanno messo alla porta in quattro e quattr’ otto il loro direttore. La nota ufficiale stringatissima, e gelida come un blocco di ghiaccio, è stata diffusa soltanto stamattina alle 11,06.

Il riflesso di quell’ipocrisia intatta nei secoli è oggi sui due principali quotidiani del gruppo Gedi. La Repubblica ignora del tutto la notizia, mentre il Cdr a pagine 27 ringrazia il proprio direttore per il lavoro svolto. Se un lettore non sapesse niente e leggesse soltanto il comunicato sindacale,  potrebbe pensare che Calabresi si è dato alla fuga in qualche isola del Pacifico. Invece, è soltanto da qualche parte a sbollire il nervoso.

Il secondo quotidiano del gruppo, ovvero La Stampa, non ignora la notizia, ma la pubblica sbagliata, o meglio girata secondo le esigenze della Casa Madre e titola: “Calabresi lascia Repubblica”. E invece di riportare una fonte ufficiale del gruppo, fa riferimento al lancio dell’Ansa. Insomma è l’Ansa che ha detto che Calabresi è andato via di sua spontanea volontà. Noi che ci possiamo fare?

E’ il Grande Circo dell’Ipocrisia, ieri le Fiat non si guastavano mai, oggi Calabresi si è dimesso volontariamente, domani. Qualcuno potrebbe chiedermi se lo scopro solo adesso. No, ma ogni volta che capita mi girano i coglioni.

 

Questa la nota ufficiale di Gedi.

COMUNICATO STAMPA


GEDI GRUPPO EDITORIALE S.P.A.

Direzione di Repubblica

 

Roma, 6 febbraio 2019 – Si é riunito in data odierna il Consiglio di Amministrazione di GEDI Gruppo Editoriale che ha nominato Carlo Verdelli direttore della testata la Repubblica, in sostituzione di Mario Calabresi, che ha diretto il giornale nel corso degli ultimi tre anni.

Il Consiglio di Amministrazione ha espresso il proprio ringraziamento al direttore Calabresi per l’impegno profuso nel corso del suo mandato, in un contesto di mercato senz’ altro difficile e sfidante.

Carlo Verdelli assume la direzione forte di una solida esperienza in ruoli di vertice in testate e realtà editoriali di rilievo, in cui si è distinto per capacità di direzione e talento innovativo. Il Consiglio di Amministrazione ha formulato a Carlo Verdelli i migliori auguri di buon lavoro e di successo.

 

Fonte: Giorgio Levi

La cacciata di Calabresi, segno di un cambio di gestione dei Debenedetti. Sospesa l’ipotesi di una cessione del Gruppo Gedi a compratori esteri


I fratelli De Benedetti (Marco e Rodolfo) hanno messo alla porta il direttore di Repubblica con una modalità inusuale nel pur selvaggio mondo dell’editoria. Proverò a spiegarmi.

1. Premessa. I direttori di giornale hanno, per l’articolo 6 del contratto di lavoro, poteri assoluti all’interno di una redazione, modesta o gigante che sia. Con una sola falla: possono essere mandati a casa da un giorno all’altro, senza preavvisi e tutele sindacali. Calabresi riceve la notizia del suo licenziamento senza tanti balletti. Come si fa di solito. Prima in genere si chiama il direttore, gli si dice che è stato un grande ma che adesso è ora di cambiare. Se il padrone ha un consiglio di amministrazione lo convoca e indica la sua decisione. E allo stesso tempo propone la nomina del suo successore. Se non ha cda fa tutto per i cazzi suoi e il direttore se ne va.

2. Calabresi viene informato della decisione di licenziarlo. Che cosa si sono detti non lo sappiamo, le ragioni sono varie, ma non è questo che m’interessa. L’ormai ex direttore di Repubblica esce dall’ufficio di Marco De Benedetti e twitta all’istante: “Dopo tre anni finisce la mia direzione a Repubblica, lo hanno deciso gli editori”. Succede un po’ un casino, perché la notizia è sfugge di mano all’editore. Gedi cerca di far finta di niente (tant’è che la nota ufficiale arriva soltanto il giorno dopo), ma nel porco mondo dei social le notizie vanno come fulmini nella tempesta. E anche un blog delle balle (ma informato), pieno di refusi come questo, totalizza 3.651 lettori per quella sola e specifica notizia.

3. Calabresi parla di editori, quindi è evidente che la decisione è stata presa da Marco De Benedetti (presidente di Gedi) e dal fratello Rodolfo (presidente di Cir che controlla Gedi). Com’è ovvio che accada in questi casi cheek to cheek con l’ad Laura Cioli e con l’immancabile Monica Modardini, ad di Cir. Ma sono i tempi in cui è stata presa la decisione che sono interessanti. Direi, nè troppo lunghi, nè troppo brevi, come subito era sembrato. I Debenedetti hanno avuto il tempo di fare un giro di consultazioni con possibili direttori e poi hanno puntato tutto su Carlo Verdelli. E infine hanno fatto partire il siluro a Calabresi.

4. In tutto questo si sono dimostrati bravissimi, non è filtrata una goccia di notizia, zitti e compatti. Compreso Verdelli, che dovrebbe averlo saputo molto prima del giorno del calcio a Calabresi. E da quel che si sa non lo aveva intuito nemmeno lo stesso direttore. Anche se qualche idea, come tutto il mondo dei giornali sa, se l’era già fatta da almeno un anno.

5. Il cda di Gedi viene convocato (formalmente) il giorno dopo. Alle 11 del mattino esce una nota ufficiale del Gruppo che fa impallidire i comunicati stampa della vecchia Democrazia Cristiana. Un comunicato di 10 righe dove a ben guardare il benservito a Calabresi non è neppure mascherato.

6. John Elkann è il secondo azionista di Gedi. Ha avuto un ruolo in questo licenziamento? E’ stato consultato da Marco De Benedetti? O è stato del tutto ignorato? C’è sempre stata grande armonia, direi quasi amicizia, tra il presidente di Fca è Mario Calabresi. Già dai tempi in cui era direttore de La Stampa. E’ molto difficile che John Elkann non abbia tentato di far tornare sulle loro posizioni i De Benedetti. Sempre che qualcuno gli abbia anticipato la decisione, cosa sulla quale ci sono molti dubbi.

7. C’è infine da rilevare che le varie supposizioni di cessione del Gruppo a qualche editore-compratore estero, come si ipotizza da almeno due anni, con questa presa di posizione forte rientrano tutte. Con un ma. Potrebbe essere che il compito di Verdelli, definito l’Innovatore, sia proprio quello di risanare la corazzata Repubblica e poi tornare a mettere un carrozzone Gedi più appetibile sul mercato.

Fonte: Giorgio Levi