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I giornalisti dell’Unità a Belpietro: “Avremmo preferito rimanere nel silenzio piuttosto che avere lei come direttore”. Il giallo della firma. E’ stato davvero per un solo giorno?


I giornalisti e le giornaliste de L’Unità hanno inviato questa lettera a Maurizio Belpietro, direttore per un giorno. O no?

Egregio direttore, avremmo di gran lunga preferito restare nel silenzio che ci accompagna da ormai due anni, ma nostro malgrado ci vediamo obbligati a replicare alle affermazioni con le quali da due giorni si erge a paladino della libertà di stampa trattando noi come irriconoscenti e snob. Il problema, che ci pare doppiamente grave per chi dirige un quotidiano che si chiama ‘La Verità’, è che lei dice falsità. L’Unità, infatti, è andata in edicola anche nel maggio 2018 per salvare la testata dall’estinzione e ci è andata senza il bisogno del suo caritatevole e illuminato soccorso”.

“Ci è andata perché allora come adesso ha un ‘regolare’ direttore, che di norma cura l’ufficio stampa dell’editore. Lo stesso direttore che per un anno si è presentato ai tavoli di trattativa finalizzati alla riapertura e che ha lavorato in redazione con i colleghi richiamati dalla Cig fino a due minuti prima che il suo nome sparisse dalla gerenza. La verità, con la lettera minuscola, è che inserire surrettiziamente il suo nome in gerenza quando il giornale era praticamente chiuso e stava andando in stampa è servito evidentemente a scopi che in buona parte ci sfuggono ma di cui però comprendiamo benissimo il senso politico. E pubblicitario, visto che per due giorni di questa vicenda si è parlato ovunque”.

“Solo che al contrario degli editori dell’Unità e suo, di questa pubblicità noi avremmo fatto volentieri a meno. Perché per quanto ci riguarda non c’è operazione, di sciacallaggio politico o di volgare promozione, che legittimi quello che continuiamo a ritenere un affronto alla storia dell’Unità e al suo passato culturale e politico. E alla nostra, di storia”.

“Tornando alla verità, sempre con la lettera minuscola, è falso anche quello che afferma spiegando che ‘gli articoli dell’Unità sono scritti da giornalisti dell’Unità’.

Piuttosto curioso, infatti, che all’ultimo secondo disponibile e senza che nessuno dei colleghi chiamati a lavorare ne sapesse niente nella prima pagina del giornale sia apparso un articolo vagamente incensatorio nei confronti di Matteo Salvini che faceva esplicito riferimento ad un pezzo contenuto su La Verità. Una operazione promozionale della quale, francamente, dubitiamo lei non fosse a conoscenza”.

“E qui torniamo al principio, che vorremmo fosse anche la fine.

Ha avuto la sua pubblicità gratuita gentilmente concessa dall’editore dell’Unità ai danni della storia dell’Unità, non pensi di farsene altra a danno nostro. Siamo pronti a rispondere a ulteriori atti denigratori, anche per le vie legali, potendo dimostrare con documenti incontrovertibili la verità dei fatti.

Con l’editore ci vedremo nelle sedi opportune per fare chiarezza delle sue azioni, non vorremo dover incontrare anche lei in tribunale. A proposito, posto che nella lettera di nomina inviata dall’azienda non risulta che il mandato da direttore dell’Unità abbia un termine, lei è ancora in carica o si è dimesso? E riveste il ruolo di direttore responsabile come scritto in gerenza o quello di direttore editoriale (figura non essenziale ai fini della pubblicazione, a ulteriore dimostrazione del bluff) come ha comunicato l’azienda al comitato di redazione?

Fonte: Il Times

Aska News

Il parto di Crimi: Stati Generali dell’Editoria al via il 25 marzo


Sono un po’ sfinito, diventare il cronista del sottosegretario Crimi comincia a diventare faticoso. Perciò la farò breve (per tutto il resto leggere quiqui e qui). Oggi l’annuncio ufficiale: Gli Stati Generali dell’Editoria partiranno il 25 marzo alla Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Presentazione di Conte (il premier) che pare sia lo sponsor numero uno dell’iniziativa.

Seguirà una tavola rotonda moderata da Ferruccio Sepe (capo dipartimento per l’Informazione e l’Editoria) con la partecipazione dei presidenti di Fieg, Fnsi e Odg. Più Associazione Nazionale Stampa Online, Unione Stampa Periodica Italiana, Utenti Pubblicità Associati.

Dopo l’inaugurazione, nelle settimane successive, si aprirà la fase di consultazione pubblica in cui chiunque (chiunque ho detto chiunque) potrà avanzare le proprie proposte all’interno di cinque aree tematiche e raccogliere spunti dalla parte più significativa di interlocutori del settore.

Obiettivo: il rinnovamento di un settore strategico come quello dell’editoria. Al termine delle consultazioni verrà presentato un documento finale completo, frutto del lavoro condiviso di tutte le parti coinvolte.

Le riunioni, secondo quanto ha detto Crimi a Torino, saranno itineranti e si terranno in alcune città italiane. Un po’ qui e un po là.

Lupululà, lupululì, castelloululà.

Credits

Fnsi

Il Times

mytravel

Il Parlamento britannico ha respinto l’accordo su Brexit, di nuovo


Per la seconda volta a distanza di due mesi: domani si voterà sull’eventualità di un’uscita senza alcun accordo.

Il Parlamento britannico ha respinto per la seconda volta l’accordo su Brexit negoziato dal governo della prima ministra Theresa May e dall’Unione Europea. Hanno votato contro 391 parlamentari, mentre a favore soltanto 242: lo scarto è di 149 voti, circa ottanta in meno rispetto alla prima votazione.

La prima votazione si era tenuta a metà gennaio ed era stata per May un completo fallimento: l’accordo era stato bocciato con oltre 200 voti di scarto e con l’opposizione di molti parlamentari Conservatori, cioè dello stesso partito della prima ministra. La versione votata stasera era leggermente diversa, perché conteneva le modifiche negoziate lunedì sera a Strasburgo da May e dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker.

Per il governo May il voto di stasera rappresenta una nuova sconfitta politica, che verosimilmente aprirà un periodo di grande incertezza (qui è spiegato quali sono le successive decisioni che dovrà prendere il Regno Unito). Al momento il Regno Unito dovrà lasciare l’Unione Europea il 29 marzo, salvo nuove decisioni: domani, comunque, il Parlamento britannico voterà sulla possibilità di uscire senza alcun accordo.

Se ci fossero dubbi, fonti vicine alla prima ministra fanno sapere che Theresa May non ha discusso con i suoi collaboratori la possibilità di dimettersi. Per contestualizzare la sconfitta di oggi: il 15 gennaio May perse di 230 voti, oggi ha perso per 149 voti. Significa che dopo due mesi di sforzi è riuscita a recuperare meno della metà dei circa 110 ribelli del suo partito e dei suoi alleati che avevano affossato il suo primo tentativo di far approvare l’accordo.

Quello che sembra abbastanza sicuro è che non ci saranno nuove trattative tra il Regno Unito e l’Unione Europea. L’accordo non sarà più modificato.

Cosa succede ora?
Oggi, l’accordo raggiunto dal governo May è stato respinto da una larga maggioranza.
Mercoledì 13 ci sarà quindi un nuovo voto su una possibile uscita senza accordo.
Giovedì 14, se l’uscita senza accordo sarà respinta, si voterà sulla richiesta all’ Unione Europea di un’estensione dell’Articolo 50.
A quel punto starà ai leader dell’Unione Europea decidere se concedere un’estensione, che dovrà essere votata all’ unanimità da tutti i paesi membri del Consiglio dell’Unione Europea.
Corbyn dice che è arrivato il momento di indire una nuova elezione per risolvere la situazione.
Sta parlando il leader dell’opposizione Jeremy Corbyn.
May dice che, in ogni caso, prorogare l’Articolo 50 non risolverà il problema. L’Unione Europea chiederà il perché dell’estensione e a quel punto il Parlamento britannico dovrà decidere cosa fare.
Se la Camera respingerà l’uscita senza accordo, giovedì sarà messa ai voti una mozione per chiedere una proroga dell’Articolo 50, come previsto.
Domani il governo presenterà una serie di atti che dovranno essere approvati in caso di no deal, uno scenario che May ha detto di non augurarsi. May dice anche che voterà contro il no deal.
May dice che sul voto di domani sarà data ai deputati conservatori la libertà di votare come ritengono più opportuno.
May conferma che domani sarà votata una mozione per chiedere al Parlamento se intende uscire dall’Unione Europea senza un accordo.
May sta parlando.
L’accordo è stato respinto: i no sono stati 391, i sì 242.
Lo speaker John Bercow domanda se qualcuno può andare a indagare sulle ragioni del ritardo. Sono passati 20 minuti dall’inizio del voto e i risultati non sono ancora arrivati.
Dopo il voto sembra che May abbia una lunga dichiarazione da leggere (ma è senza voce).
Lo speaker ha gridato “Lock the doors!” (chiudete le porte), significa che le procedure di voto sono terminate e tra poco saranno letti i risultati.
Il corridoio dei “no” era strapieno, twitta una deputata del SNP, per May si prepara una grossa sconfitta.
A prescindere da cosa succederà stasera, domani mattina il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker e il capo dei negoziatori Michel Barnier riferiranno i prossimi passaggi al Parlamento Europeo, intorno alle 10.
Ricordiamo che il 15 gennaio, quando si era votato per la prima volta sull’accordo, il governo era andato sotto di 230 voti. Per oggi si prevede un margine di favorevoli al no tra i 150 e i 100 voti.
Nel dettaglio il voto avviene così: lo speaker, cioè il presidente della Camera, chiama il voto chiedendo a chi è favorevole di gridare “Aye” e chi è contrario di gridare “No”. Se dal volume della voce di chi grida non si riesce a capire chi ha la maggioranza, il presidente chiama una “division”. A quel punto i parlamentari escono dall’ aula e, a seconda di come intendono votare, attraversano uno dei due corridoi che fiancheggiano l’aula. Chi attraversa il corridoio a destra del presidente vota “sì”, chi quello a sinistra vota “no”. Due membri del Parlamento per il “sì” e due per il “no” (i cosidetti “teller”) conteggiano i parlamentari che passano da ciascun corridoio e al termine della conta riferiscono al presidente.
La procedura è piuttosto arcaica: chi vota a favore dell’accordo attraversa un apposito corridoio della Camera che si trova alla destra dell’aula principale della Camera, mentre chi vuole votare contro attraverso il corridoio di sinistra.
Sta iniziando il voto. Dovrebbe concludersi tra 15 minuti.
Se siete interessati al curioso personaggio che ha presieduto tutte le sedute del Parlamento su Brexit, qui trovate un suo gustoso ritratto.
(Rick Findler/PA Wire/LaPresse) John Bercow
Lo speaker della Camera bassa del Parlamento britannico è uno dei politici più originali e controversi del Regno Unito, e con Brexit lo è diventato ancora di più.
I partiti di opposizione, cioè il Partito Laburista, lo scozzese SNP, l’Independent Group, i LibDem, i gallesi di Plaid Cymru e i Verdi, voteranno compatti contro l’accordo, come hanno sempre fatto. Le loro posizioni sono varie, ma tutti chiedono una Brexit più morbida oppure un secondo referendum che blocchi l’uscita del paese dall’ Unione Europea.
In questo momento è in corso il dibattito sul voto. Per il governo risponde il segretario alla Brexit, Stephen Barclay. La sua posizione è chiara: il Parlamento ha chiesto maggiori garanzie sul backstop, il governo ha ottenuto queste garanzie con l’accordo raggiunto ieri notte tra May e Juncker e quindi il Parlamento dovrebbe votare a favore dell’accordo. Il problema è che molti sostenitori di Brexit ritengono queste garanzie insufficienti.
Manca meno di mezz’ora al voto, eppure qualche parlamentare non ha ancora deciso come votare. Steve Double, conservatore della Cornovaglia, ha appena detto che l’accordo di May è «una merda tirata a lucido», ma forse «è la migliore merda che abbiamo a disposizione».
Alcuni di voi potrebbero chiedersi come mai l’accordo sembra destinato a essere respinto da una larga maggioranza se ieri notte Theresa May e il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker avevano trovato un nuovo accordo.
La risposta è che, nonostante questo nuovo accordo abbia degli aspetti “legalmente vincolanti” per le due parti, le novità introdotte sono largamente considerate dei cavilli poco importanti che non cambiano la sostanza della situazione, e cioè che se l’accordo di May sarà approvato, il Regno Unito potrebbe trovarsi vincolato in un’unione doganale con il resto dell’Unione Europea senza poterne uscire in maniera unilaterale.
Diversi giornalisti britannici osservano con ironia che fonti del governo si stanno chiedendo se una sconfitta di 150 voti potrebbe essere presentata come un successo (visto che il 15 gennaio il governo era andato sotto di 230 voti). Secondo le stime di SkyNews 345 parlamentari voteranno no all’accordo, 220 voteranno a favore, mentre 72 non hanno ancora detto cosa voteranno.
Ci sono possibilità che questa sera finisca bene per Theresa May? I giornalisti britannici dicono che se il governo dovesse essere sconfitto con un margine basso (meno di 50 voti), May potrebbe tentare di sottoporre il suo accordo a un terzo voto, che a quel punto avverrebbe a pochissimi giorni dalla scadenza del 29 marzo.
Cosa succederà dopo stasera? In teoria c’è un cammino già tracciato. Se, come tutti si aspettano, l’accordo sarà respinto, domani si voterà su un’uscita senza accordo (il famoso “no deal“). Se anche l’uscita senza accordo sarà respinta, anche questo è un risultato dato per molto probabile, si voterà per chiedere un proroga dei termini di Brexit che altrimenti dovrebbe portare all’ uscita del Regno Unito dall’ Unione Europea il 29 marzo. A quel punto la palla passerà al Consiglio dell’Unione Europea (qui trovate la spiegazione più estesa).
Il capo dei negoziatori europei Michel Barnier sta seguendo il dibattito al Parlamento britannico in tv e ha sentito il bisogno di specificare che in caso di uscita senza alcun accordo non ci sarà nessun periodo di transizione, perché l’eventualità del no deal non prevede misure di emergenza.
Si vota alle 20
La votazione dovrebbe cominciare intorno alle 20, ora italiana (saranno le 19 nel Regno Unito). Le procedure di voto dovrebbero durare circa 15 minuti. Poco fa Sky News ha stimato che l’accordo sarà respinto con più di 100 voti. A gennaio lo scarto era stato di 230. Intanto i “tory switchers”, cioè i conservatori che voteranno sì all’accordo dopo aver votato no lo scorso 15 gennaio, ora sono diventati 23. Significa che ne mancano più di 90 per dare a May la maggioranza che le serve a far passare l’accordo.
Nei giorni scorsi il governo britannico sperava che le nuove modifiche concordate con l’Unione Europea avrebbero spinto anche diversi Laburisti favorevoli a Brexit a votare a favore dell’accordo. Il londinese Jim Fitzpatrick era uno di questi, e lo aveva anche confermato la scorsa settimana: ora però voterà contro, dice BBC. Pippa Crerar, caporedattrice della sezione politica del Daily Mirror ed ex giornalista del Guardian, sostiene che molti Laburisti sulla carta favorevoli all’accordo voteranno contro perché ormai è destinato a schiantarsi.
Ci sono diversi altri conservatori incerti su come votare, ma non sembra che siano in numero sufficiente per rovesciare il voto del 15 gennaio. Come ha spiegato uno dei più noti parlamentari membri dell’ euroscettico ERG, Jacob Rees-Mogg, un fattore che potrebbe spingere i conservatori a votare a favore dell’accordo è il timore che se venisse bocciato il Regno Unito finirebbe con il restare nell’ Unione Europea.
È ad esempio quello che ha sostenuto Tracey Couch, parlamentare conservatrice ed ex membro del governo. Lo stesso Ress-Mogg ha però spiegato di non prendere sul serio questo timore e come lui sembrano non prenderlo sul serio molti altri sostenitori di Brexit, che intendono quindi votare di nuovo no all’accordo. Fino ad ora i giornalisti britannici hanno contato circa una ventina di deputati (quasi tutti conservatori) intenzionati a votare sì all’accordo dopo che avevano votato no al primo voto sull’accordo, quello avvenuto lo scorso 15 gennaio. Questi voti però non sono lontanamente sufficienti a dare qualche possibilità a May: due mesi fa infatti il governo andò sotto di oltre 230 voti.
Oggi la prima ministra Theresa May si è rivolta al Parlamento mentre era quasi completamente senza voce. Con grande prontezza di spirito ha risposto alla derisione dei suoi colleghi: «Dovreste sentire la voce di Jean-Claude Juncker».
C’è un motivo se finora il Parlamento britannico non è riuscito a mettersi d’accordo su Brexit: questo motivo si chiama “backstop”, cioè il meccanismo che dovrebbe entrare in vigore alla fine del 2020 (o più avanti, se venisse deciso diversamente) nel caso in cui Regno Unito e Unione Europea non trovassero un accordo complessivo sui loro rapporti post-Brexit che garantisca l’esistenza di un confine non rigido tra Irlanda (paese membro dell’UE) e Irlanda del Nord (regione del Regno Unito).
Il backstop come è stato formulato nell’accordo non piace a molti Conservatori (lo stesso partito di May) e nemmeno al DUP, gli unionisti nordirlandesi che appoggiano la prima ministra, e le modifiche introdotte dopo i negoziati di lunedì tra May e Juncker sembrano non avere cambiato la situazione. La versione lunga del backstop, qui.
Le due notizie più importanti di oggi (che sono anche le peggiori per Theresa May) sono che il DUP, il partito di destra radicale Nord Irlandese, indispensabile per la maggioranza di governo, ha annunciato che voterà contro l’accordo. Lo stesso farà l’European Reasearch Group (ERG), il gruppo euroscettico interno al partito conservatore. Visto che le opposizioni sono compatte e contrarie all’accordo, significa che con ogni probabilità May perderà con uno scarto molto ampio, simile a quello rimediato a gennaio.
Buonasera. Per chi arriva soltanto adesso e vuole recuperare dei pezzi, qui abbiamo messo insieme le novità più rilevanti emerse da ieri sera, spiegate semplici. In estrema sintesi: intorno alle 20 il Parlamento britannico deciderà se approvare o meno l’accordo su Brexit negoziato in questi mesi dal governo di Theresa May con l’Unione Europea. A seconda di come andrà il voto – stando a quello che sappiamo, l’accordo verrà respinto – si apriranno una serie di ipotesi ancora poco definite, su cui in pochi vogliono sbilanciarsi.
Fonte: ilPost
mytravel

 

 

 

 

 

 

 

Chi è Stefano Buffagni e perchè ha detto che chi parla di patrimoniale mente?


Chi è Stefano Buffagni M5S attuale carica:  sottosegretario di Stato agli affari regionali e autonomie del Governo Conte.

Biografia

Nato a Milano, cresce a Bresso, si diploma perito elettronico e delle telecomunicazioni. Si laurea in economia e management per l’impresa all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, lavorando in uno studio commercialista di cui diventa socio.

Attività politica

Consigliere regionale

Nel 2010 diventa attivista del Movimento 5 Stelle. Il 27 marzo 2013 viene eletto consigliere regionale in Lombardia per la provincia di Milano e resta in carica fino alla fine della legislatura, a marzo 2018.

Componente dell’ufficio di presidenza della I commissione programmazione e bilancio, si occupa in particolare delle società partecipate della Regione per sviluppare una politica di razionalizzazione; è stato anche membro della commissione IV attività produttive e occupazione, commercio e turismo. È tra i promotori del referendum consultivo del 2017 in Lombardia.

Deputato al Parlamento italiano

Alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 viene eletto alla Camera dei deputati, dove partecipa ai lavori della commissione speciale in attesa della formazione delle commissioni permanenti. Il 13 giugno 2018 viene nominato sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega agli affari regionali e autonomie del Governo Conte.

foto dal web

Poichè “la crescita sarà comunque inferiore rispetto alle previsioni, abbiamo la necessità di accelerare soprattutto sulle misure di competitività”, ma a proposito dell’ipotesi di introdurre una patrimoniale “non c’è nessuna ipotesi di aumento di tasse e disinnescheremo le clausole di salvaguardia”. Lo ha detto a radio 24 Paola De Micheli, sottosegretario al ministero dell’Economia a proposito delle priorità della futura legge di stabilità.

Ma in realtà la voce sulla patrimoniale circola. Secondo quanto scrive il Giornale, il piano del governo sarebbe quello di “alleggerire le imprese, ma colpire i patrimoni. Come è già stato fatto con le case dai governi Monti e Letta. Oppure ricalibrare le tasse di successione, altro bancomat di ultima istanza e fenomeno carsico delle sessioni di bilancio più difficili”.

Un rumor preso in considerazione anche da Di Maio del Movimento 5 Stelle che direttamente dalla sua pagina Facebook si è rivolto con toni accusatori a Renzi sul tema delle tasse. “Renzi ha dichiarato: “Continueremo ad abbassare le tasse”. Forse mi sono perso qualcosa: quando è che ha iniziato? Oggi il Presidente del Consiglio ha anche avuto il coraggio di dichiarare: “L’ultima volta che una tassa è stata aumentata era il 2013″”, scrive Di Maio. “Ma davvero? Peccato che uno studio della UIL ci dice che in 2 anni dal 2013 al 2015 i contribuenti hanno pagato 7 miliardi in più di tasse, circa il 16,7% in più. E indovinate chi governava in questi due anni? Renzi la smetta di provocare i cittadini italiani con queste balle! Altrimenti prima o poi se li ritroverà con i forconi sotto Palazzo Chigi. ‪#‎IODICONO‬ anche alla loro falsità”.

Fonte: Wikipedia

Affari Italiani

mytravel

Luca Pasquaretta indagato per estorsione.


Il giornalista è stato il portavoce della sindaca di Torino Appendino.

Rassegna stampa

Certo che fa un certo effetto ripensare al boato della folla che con onestà, accolse l’elezione di Chiara Appendino a Sindaca di Torino. E il corteo festante e sbandierante che percorse in via Garibaldi verso il municipio del gruppone M5S, con la Sindaca in prima fila e al suo fianco l’appena nominato portavoce Luca Pasquaretta, giornalista professionista con un passato a Tuttosport. Soprannominato fin dal quel giorno pitbull, per il suo carattere, diciamo, un po’ rude nei confronti dei colleghi della stampa. Sembrano trascorsi secoli, invece era appena il giugno del 2016.

Ora il pitbull è al terzo fascicolo d’indagine. I fatti di piazza San Carlo e la consulenza con il Salone del libro. E ora questo con l’accusa di estorsione ai danni della stessa Appendino.

Fino a prova contraria Pasquaretta è innocente. Personalmente essendo io il più garantista dei garantisti non aggiungerò altro. Riporto invece qui sotto una rassegna stampa dei quotidiani che oggi hanno ripreso la notizia del nuovo filone d’indagine a carico dell’ex portavoce. Poi sarà la giustizia, in tutti i suoi gradi, a dirci se Pasquaretta è colpevole o innocente.

Certo è che quello slogan onestà, oggi appare, come minimo, un filo appannato.

Credits

Il Post

La Stampa

Il  Corriere della Sera

La Repubblica

Il Fatto Quotidiano

Sky Tg24

Lo Spiffero

TgCom 24

Nuova Società

Ansa

Torino Qui

 

Fonte:
giorgiolevi | 2 febbraio 2019 alle 11:05 am | Categorie: giorgio levi | URL: https://wp.me/p8J7I-3I2

 

 

Feltri imita Crozza: “Un titolo così era fattuale. Danno soldi a cani e porci. E siamo noi a uccidere la democrazia”


Spero sempre che Libero non esca tutti i giorni con qualche titolo del cazzo. Per almeno un paio di ragioni.

A parte la questione morale che è evidente, la prima ragione è che il giornale di Feltri eccita tantissimo i puristi dei social. Cioè quelli che sono pronti a scagliare i loro anatemi stando comodamente seduti in poltrona con il computer sulle ginocchia, ma evitando accuratamente di alzare il culo e denunciare ciò che trovano scandaloso. C’è sempre qualcun altro che lo deve fare.

La seconda ragione è che poi è faticoso star dietro a tutte le reazioni indignate. Perciò, siccome non ne ho nessuna voglia, ma per dovere di cronaca si dovrebbe pur fare, spero che Libero ci dia una tregua.

Ad ogni buon conto riporto qui la sola dichiarazione di Vittorio Feltri che ha detto: “L’omofobia ce l’ha in testa chi ci critica. Chi ci spara addosso ha letto solo il titolo ma non il testo, in caso contrario avrebbe scoperto che quei dati ci sono stati forniti dalle stesse associazioni gay.

Di cosa ci si offende?

Se calano fatturato e Pil c’è qualcuno che se ne rallegra?

E’ un titolo fattuale, come direbbe Crozza“.

Nel dibattito si sono scandalizzati anche Di Maio, Vito Crimi, Laura Boldrini, Leoluca Orlando e persino Renata Polverini.

Credits

Il Fatto Quotidiano

Ordine dei giornalisti